Tra boschi e vigneti, il trionfo della natura, lassù dove “è vietato calpestare i sogni”

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Foto Qui Ischia

Il paradiso bisogna guadagnarselo. E la salita che porta ‘ncopp Cirill, al CANNAVALE, è sicuramente un ottimo modo per farlo. Soprattutto dopo che, lasciata la strada regolarmente asfaltata, costeggiata da case e normalmente trafficata, bastano pochi passi per ritrovarsi in un altro mondo. L’unica costante rispetto a quello che ci si lascia alle spalle è che si continua a salire, affrontando sempre una pendenza importante, ma completamente immersi nella vegetazione, lungo un sentiero delimitato, a sinistra, da una parete rocciosa su cui si innalzano alberi imponenti e affacciato, a destra, su uno strapiombo di cui si intravede a mala pena il fondo attraverso l’intrico di rami di castagni dalle giovani foglie. La terra asciutta rende il cammino incerto e obbliga a concentrare l’attenzione sui gradoni in corso di risistemazione, dopo un’invernata difficile, che aveva reso impraticabile parte del percorso. La mano dell’uomo ha lavorato e lavora ancora, duramente, ma la natura non ha perduto la padronanza assoluta del luogo. E non rinuncia a mostrare la sua forza, nei tronchi possenti delle querce appena rivestite dalla primavera, ma anche la sua delicatezza, negli ultimi ciclamini che ancora occhieggiano timidi tra le rocce e nei fiori bianchi dell’allium, che schiudono subito dopo.

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Foto Qui Ischia

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Del sentiero non si indovina la fine. Ce la si trova davanti all’improvviso, quando ci si affaccia su un ampio pianoro, circondati da filari di viti. Alle spalle, un affaccio sul golfo fino a Capo Miseno che lascia senza fiato. Eccola, la

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TENUTA DEL CANNAVALE di ISCHIABIO, materializzarsi finalmente con il verde tenerissimo delle foglie di vite, che sembrano brillare sotto il sole, non più filtrato dagli alberi di alto fusto. Le viti sono giovani, appena tre anni dall’impianto, basse come le allevavano i greci che ventotto secoli fa introdussero quel nuovo sistema sull’isola, trasferendolo poi alle altre popolazioni indigene della penisola con cui entravano in contatto. E’ BIANCOLELLA, ci spiega chi ci si dedica con pazienza e amore paterni: le spighe di fiori, numerose, produrranno uva che per la prima volta sarà vinificata. L’anno scorso, i fiori furono eliminati, per dare forza alle piante ancora troppo delicate. Ne è valsa la pena, di aspettare, le viti avevano bisogno di crescere. E di abituarsi al clima particolare di questa zona, dove le temperature sono tra le più basse sull’isola. Una salvezza, in questa primavera siccitosa, perchè è il freddo notturno a mantenere quel poco di umidità custodito ancora dalla terra, che tiene in vita il giovane vigneto.

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Le VITI sono NUOVE, ma non la viticoltura su quella terra. Anche se per decenni, dopo l’abbandono dei vigneti, le erbe selvatiche erano tornate a riprendervi il sopravvento, come se l’uomo non ci fosse mai passato prima. Ci è tornato da poco, deciso a riprendere l’antica coltivazione. E ha dovuto riconquistare il terreno fertile palmo a palmo, liberando per primo il vasto appezzamento dove le viti allineate lungo i pali di ferro sono adesso in piena fioritura. Vicino a quanto resta della vegetazione precedente, ovvero arbusti sparsi di ginestra e enormi esemplari di valeriana rossa alternati a cardi: un’armonia di colori - giallo, rosa intenso, violetto e mille sfumature di verde - che impreziosisce il panorama.

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La presenza di erbe selvatiche così rigogliose è la conferma del pieno rispetto della terra. Perchè nella Tenuta si coltiva rigorosamente BIOLOGICO. Niente prodotti di sintesi, niente chimica, solo la classica “ZORFATA” che è consentita anche anche per l’agricoltura “green”. E con un numero di trattamenti ridotto al minimo, solo lo stretto indispensabile per salvaguardare le piante e garantire il raccolto. Le erbacce che crescono ai piedi dei vitigni, confermano l’approccio “pulito”. Nessuno le rimuove, al massimo vengono spezzate per non farle alzare troppo, ma senza eradicarle, perchè la radice marcendo nella terra contribuisce ad ossigenare il terreno. E qui non si zappa, per custodire gelosamente l’umidità che si conserva sotto la superficie. In assenza di acqua che non sia quella che proviene dal cielo.

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Non c’è irrigazione nel vigneto. E neppure sui terrazzi protetti dalle “parracine” che lo circondano, coltivati a  patate, che pure avrebbero bisogno di acqua, ma devono resistere alla carenza di una primavera straordinariamente avara di piogge. Che mancano anche ai tanti alberi da frutto, comunque rigogliosi. CILIEGI e MELI, soprattutto, secondo una tradizione consolidata in quella zona per il clima fresco anche d’estate.

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Si chiama “ARIDOCOLTURA”, quella praticata alla Tenuta, “che  è il modo in cui a Ischia sono sempre stati coltivati i POMODORI”. Proprio loro, ovvero la piantagione su cui si fa  affidamento per l’economia dell’azienda come e forse più del vino. Dopo la sperimentazione, questo dovrebbe essere l’anno buono per far partire la trasformazione dei frutti rossi in passate destinate alla commercializzazione. Le richieste non mancano: chi ha provato il pomodoro del Cannavale, è ben disposto a diventarne un consumatore fedele. Compresi dei ristoratori del nord, pronti a confermare un interesse per questo prodotto ischitano molto maggiore al di fuori che sull’isola. A proposito di valorizzazione dei prodotti agricoli nostrani nel quadro della qualificazione dell’offerta turistica…Ma “è vietato calpestare i sogni”, sta scritto sul cartello piantato saldamente nel terreno. E al Cannavale nessuno a disposto a rinunciarci, al sogno di recuperare un sano e fruttuoso rapporto con la terra, un’agricoltura in armonia con la natura. Come si conviene a un paradiso.

 

 

 

 

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